Bibliografia e tipofilologia di edizioni a stampa del Rinascimento italiano

Starting date
October 1, 2006
Duration (months)
12
Managers or local contacts
Zaccarello Michelangelo

Il presente progetto riprende le tematiche indagate durante il biennio di lavoro del coordinamento COFIN/PRIN 2004 (coordinatore A. Sorella) e ne sviluppa le acquisizioni lungo due principali direttrici di ricerca: a) una riflessione metodologica che parte dal confronto delle esperienze filologiche per chiarire le specificità del testo a stampa nel contesto della storia e tradizione dei testi; b) l’individuazione di testi prioritari per la ricerca, ovvero tanto corpora in cui la diffusione a stampa abbia rivestito un ruolo fondante per la costituzione di un’identità testuale, quanto esemplari a stampa di particolare rarità e interesse per la tradizione di determinati testi. Quanto al punto a) la discussione dei vari spunti metodologici si è svolta intorno al convegno Vulgata. Il prestigio storico del textus receptus come criterio nel metodo filologico e nella prassi editoriale (Verona, 30 settembre-2 ottobre 2004), che ha segnato l’inizio del progetto e i cui atti sono attualmente in corso di stampa come numero monografico della rivista Filologia italiana (Pisa-Roma, Istituti poligrafici internazionali). Le giornate veronesi cui si riferiscono questi atti si sono svolte in un clima alacremente seminariale, grazie alla comune riflessione e all’amichevole confronto di esperienze: i vari interventi e la Tavola rotonda conclusiva hanno contribuito a un’interessante ridefinizione del concetto di vulgata o textus receptus. Nelle loro accezioni correnti, tali nozioni vengono spesso associate a metodi obsoleti e semplicistici, e non rendono giustizia alla funzione assunta da determinate testimonianze, di solito – ma non esclusivamente – edizioni a stampa, nella storia della fortuna letteraria e della tradizione di un’opera. Legata alla ricostruzione di un profilo testuale centrato sulla figura dell’autore e sulla sua diretta produzione, la prassi editoriale prevalente nella tradizione filologica italiana si muove fra ricerca storico-biografica e ricostruzione testuale propriamente detta, con il fine di ricostruire la volontà dell’autore nelle sue varie manifestazioni. La prassi attributiva, sia pure solo sporadicamente affidata a prove documentarie e al criterio scientifico, è così divenuta parte integrante dell’attività editoriale, sebbene essa vada assai spesso contro alla specificità della tradizione manoscritta, che privilegia criteri di assemblamento trasversali (genere, metro, àmbito tematico ecc.). Per converso, sono molti i generi in cui la trasmissione di un testo non avviene intorno a un canone d’autore ma definisce un corpus che ha sì natura variegata e composita se osservato da una prospettiva attribuzionistica, ma risulta assai compatto e chiaramente identificabile quando si osservino gli indici di strutturazione effettivamente operanti al suo interno: impaginazione nei testimoni, rubriche, indici, paratesti): intorno a tali questioni si è svolta la mia relazione Burchiello e i burchielleschi.Appunti sulla codificazione e sulla fortuna del sonetto `alla burchia’, letta al recente convegno del Centro Pio Rajna (Gli irregolari nella letteratura: eterodossi, parodisti, funamboli della parola: Catania, 31 ottobre-2 novembre 2005; gli atti saranno pubblicati presso la Salerno Editrice). In tali casi, l’indice di coesione del corpus non è necessariamente dato dalla sua effettiva compattezza della tradizione, che può risentire di accidenti materiali vari, quanto dalla consapevolezza che di esso mostrano copisti, editori, postillatori, lettori, specie quando ad essa non faccia riscontro un’unità tematica e/o occasionale immediatamente percepibile. La questione si sovrappone ad un altro dato che spicca in molte delle più accreditate trattazioni manualistiche: il discrimine, raramente posto in dubbio nella prassi filologica, fra storia della tradizione e costituzione del testo. Ogni eventuale priorità che venga accordata a un testimone in forza del suo ruolo nel successo e nella diffusione di un’opera resta di solito confinata alla storia letteraria, e non sposta i termini della strategia di restauro filologico, tutta orientata al recupero della lezione più direttamente riconducibile all’autore, e dunque identificabile a seconda dei casi con l’archetipo o l’originale. Quanto al punto b) la scelta è caduta su due corpora poetici dalla complessa stratificazione interna, al consolidamento della cui fisionomia contribuisce notevolmente il mezzo tipografico, e la cospicua attività redazionale ad esso connessa (differenziazione dalle tradizioni d’autore individuali, questioni attributive, arricchimento del canone, costituzione di una vulgata compiutamente libraria). I due testi in questione, ambedue di attestazione a stampa collocabile fra fine del sec. XV e prima metà del XVI, sono I. Il libro dei sonetti di Matteo Franco e Luigi Pulci; II. L’Opera noua chiamata Seraphina in la qual se contiene sonetti, strambotti, capitoli, ballate… Di quest’ultima, ad una prima edizione anconetana del 1522 ed ad una perugina, per Cosimo Bianchini, 1538, è possibile ora aggiungerne una terza, nota da un unico esemplare (senza note tipografiche ma probabilmente intermedio alle prime due) conservato presso la Biblioteca Universitaria di Varsavia. Sul piano storico-tradizionale, tali corpora sono esemplificativi di due fattispecie ben diverse. La tradizione del Libro dei sonetti rappresenta in prima istanza il recupero dotto di un testo originariamente legato a un contesto biografico ben circoscritto (l’aspra disputa poetica che intercorse fra il Franco e il Pulci nel 1474-75) e non allestito per la pubblicazione al di fuori di una ristretta cerchia di cultori dell’invettiva e della rimeria burlesca. Nell’àmbito dell’attività collettoria e redazionale sottesa a tale recupero dovette svolgere un ruolo importante il copista e rimatore pistoiese Tommaso Baldinotti (1451-1510), cui si devono due dei quattro principali manoscritti che tramandano il Libro. Al Baldinotti, copista di codici assai noti come il ms. Firenze, Società Dantesca, 3 della Raccolta Aragonese si possono ora attribuire anche il Vat. Barberiniano 3922 e il codice utilizzato da Giulio Dolci per la sua ancora irrinunciabile edizione (Genova-Firenze-Roma, Società Anonima Editrice “Dante Alighieri”, 1933). Quest’ultimo manoscritto, a lungo ritenuto irreperibile, è appena ricomparso in una collezione privata olandese e può oggi essere studiato grazie a una riproduzione gentilmente fornita dal proprietario. Le fasi successive della ricerca investigheranno i rapporti fra l’irradiazione di una vulgata manoscritta a fine Quattrocento e l’ampia fortuna a stampa del corpus nei decenni succesivi: un’anticipazione è in corso di stampa nella rivista Filologia italiana (Pisa-Roma, Istituti poligrafici internazionali: uscita prevista per l’estate 2006); seguiranno la pubblicazione in facsimile del manoscritto, corredata di alcuni studi storici, filologici e critici. Tali lavori preparatori sono finalizzati all’edizione critica del Libro dei sonetti, che vedrà la collaborazione di altri studiosi (Fabio Massimo Bertolo, Alessio Decaria): ne è stata già concordata la pubblicazione presso la Salerno Editrice. Quanto alla Seraphina, il cui esemplare di Varsavia è stato reperito pochi mesi fa, il lavoro è in uno stadio ancora incipiente: si tratta innazitutto di illustrare la stratigrafia interna dell’opera, stabilendo in particolare i rapporti fra la sua circolazione collettiva e la tradizione d’autore delle rime di Serafino Aquilano che – nonostante le varie infiltrazioni – ne costituisce l’ossatura. Dovranno poi essere chiariti i rapporti fra le tre edizioni note nei loro vari aspetti (canone, ordinamento, corredo paratestuale), nel contesto della coeva produzione (anche popolare) di sillogi poetiche a stampa.

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