Emigrazione, esilio e deligittimazione politica

Starting date
March 1, 2013
Duration (months)
36
Departments
Culture and Civilisation
Managers or local contacts
Camurri Renato

Emigrazione, esilio e delegittimazione politica (1848-1948)


L’emigrazione politica e l’esilio, con ogni probabilità, non furono verosimilmente quella nuova “istituzione” di cui, secondo Cattaneo, Ugo Foscolo avrebbe per primo fatto dono all’Italia post napoleonica se non altro perché i suoi precedenti affondavano le proprie radici in un periodo culminato da poco, per la penisola, negli esiti più amari del cosiddetto “triennio rivoluzionario” giacobino. Rispetto tuttavia alle pratiche espulsive e al fuoriuscitismo di vecchio regime già la prima metà dell’Ottocento e quindi l’intera età contemporanea avrebbero avuto modo di moltiplicare e di rafforzare fenomeni analoghi e sempre più frequenti di trasferimento all’estero d’individui o di gruppi dotati di forti motivazioni ideali anche quando a sollecitarne le scelte di espatrio non fossero state in prima istanza solo evidenti costrizioni materiali o la necessità di sfuggire a minacce, persecuzioni e repressioni. Il che, nondimeno, determinò all’estero, nei luoghi e nei contesti particolari di “accoglienza”, contraccolpi diversi a seconda degli orientamenti fatti propri ed anzi, talvolta, radicalizzati a distanza dai protagonisti di uno scontro politico che da un lato prolungava precedenti esperienze compiute in patria e da un altro si sforzava o era costretto a combinarle con le continue negoziazioni resesi necessarie per un profittevole inserimento nel nuovo ambiente.
L’interferenza delle comuni affinità ideologiche e degli scambi di vicendevole interesse con segmenti importanti o addirittura con gruppi dirigenti e di comando delle società ospiti poteva mettere in luce, in ambito etnico, la rilevanza e la tenuta nel tempo di certe spaccature che andavano al di là delle “parentele ideali” della nazionalità, ma che spesso si caratterizzavano anche per la tendenza a trasformare l’inevitabile conflitto in delegittimazione sistematica degli avversari. Nell’ambito della storia risorgimentale e postunitaria l’intreccio fra esilio, profugato ed emigrazione politica e da lavoro, diede luogo, per esempio, quasi ad ogni livello (ed anche quando ebbero inizio gli esodi popolari di massa in Europa e al di là dell’oceano) a episodi in cui le contrapposizione chiave tra forze che in Italia condividevano o avevano condiviso “un minimo recinto valoriale” potevano sfociare, diversamente da lì, in contrasti di una certa entità per lo più alimentati da forme di comunicazione simboliche e da pratiche di propaganda funzionali alla denigrazione del “nemico” e veicolati dalla stampa in lingua italiana di diverso colore. E’ ben vero che le speciali condizioni dei luoghi di emigrazione sospingevano (e con il trascorrere del tempo sempre più avrebbero sospinto) verso una consapevole attenuazione delle divergenze “fra italiani”, ma anche così, sebbene uno sbocco irenico ne conseguisse in molte parti del mondo (e più nelle Americhe che non in Europa) già prima della Grande guerra, la dialettica fra repubblicani e monarchici, fra moderati e progressisti o anche,a buon punto, fra borghesi e socialisti o anarchici rimase a lungo piuttosto aspra e condusse a fronteggiamenti interni al campo etnico - ovvero alle maggiori comunità immigratorie – in cui presero sovente posto le principali tecniche di denigrazione e di “abbassamento” degli avversari trasformati in “nemici”. Nemici che, lontano dall’Italia, potevano anche essere, forse più di quanto in Italia non accadesse, soggetti non immediatamente politici come, agli occhi dei repubblicani, degli ex garibaldini o dei massoni , i preti e la chiesa cattolica contro cui, infatti, furono scatenate campagne di discredito di grandi proporzioni.
L’acme delle divergenze virate in guerra ideologica senza quartiere e con il corredo, in qualche caso, di violenze e uccisioni fu raggiunto, dopo il primo conflitto mondiale e dopo l’avvento al potere di Mussolini, con lo scatenarsi dello scontro tra fascisti e antifascisti specie là dove – ad esempio in Francia, ma anche in USA – fu dato di assistere nel contempo a indicative fratture sociali e di classe nelle rispettive leadership, una delle quali peraltro (sc. quella fascista) supportata dalle strutture diplomatico consolari regnicole. Ai danni degli esuli, massime se intellettuali, dell’antifascismo, una parte cospicua della stampa etnica passata sotto il controllo diretto o indiretto di tali strutture cercò di far passare i gruppi da essi costituiti o capeggiati per delle mere appendici del movimento comunista internazionale intentando così processi diffamatori di ogni specie al fine di sfruttare le inclinazioni populiste di gran parte dell’opinione pubblica straniera (sc. dei paesi ospiti) ma anche degli italiani e degli italo discendenti residenti in loco.
Nelle dinamiche interne al mondo dell'esilio spesso si assiste ad una molteplice opera di deligittimazione orientata in direzioni e verso obiettivi diversi: in primis da parte delle comunità italo-americane versus gli intelellettuali e gli esponenti politici in esilio, ma anche tra gli stessi esuli, nei confronti di quelle personalità accusate di tenere posizioni politicamente ambigue. Un terzo e più importante livello è legato all'azione politica e culturale messa in atto da parte degli intellettuali italiani (pensiamo a Salvemini e a Max Ascoli) nei confronti del regime fascista; un'azione tesa a smascherare la vera natura del regime mussoliniano e, dopo il 1943, a delineare un nuovo possibile assetto politico-istituzionale per l'Italia.
Le ricerche dell’unità veronese intendono coprire un arco di tempo assai lungo che va dall’epoca preunitaria agli anni seguiti alla fine del secondo conflitto mondiale quando, com’è stato poco studiato sin qui, le dinamiche dell’esilio e dell’emigrazione politica si rovesciarono per il forte afflusso soprattutto in America Latina di ex fascisti e fascisti repubblicani più o meno in fuga dall’Italia ma destinati a impadronirsi man mano di un ingente patrimonio simbolico e concreto costituito dall’eredità dei beni (anche materiali: sedi, palazzi, edifici, ospedali e soprattutto giornali) del nostro già fiorente associazionismo etnico del tutto scompaginato dalle misure prese in tempore belli contro gli enemy aliens. Ciò che avvenne, per impulso di questa nuova specie di “profughi”, avvalendosi di pratiche quasi tutte volte a delegittimare i propri avversari politici (e competitors nel mercato etnico ed economico di accoglienza), vincenti sì in patria, ma contro i quali si potevano più facilmente orchestrare, all’estero, delle accese campagne imperniate sull’accusa infamante di anti italianità.




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