Gli esami chimico-fisici sulla lastra raffigurante la Majestas Domini, conservata presso il Complesso Museale della Pilotta, e sulla lastra con il Cristo in maestà, conservata presso la basilica Cattedrale di Parma, permettono l’acquisizione di informazioni puntuali sulle componenti materiche impiegate nella fase originaria di realizzazione delle opere, con particolare riferimento tanto ai materiali di natura organica utilizzati come mastici e leganti, quanto al supporto lapideo. Tali indagini rivestono pertanto un’importanza cruciale per la ricostruzione delle procedure tecniche adottate all’interno della bottega di Benedetto Antelami durante una delle sue prime e più significative stagioni operative.
Scarsissime risultano, infatti, le informazioni relative alle ricette utilizzate fra IV-V e XIII secolo dagli scultori che ricercavano effetti polimaterici e policromi nella componente decorativa della scultura. Se l’Occidente latino conserva alcuni residui studi sugli amalgami, per quanto riguarda l’Oriente bizantino manca una ricerca specificamente finalizzata. Il recupero degli elementi costitutivi delle misture può pertanto aprire una prospettiva inedita sulla conoscenza di antiche ricette di bottega, mai tramandate attraverso i formulari oppure scomparse per la perdita delle relative fonti.
Indagare la variante, o le varianti, utilizzate da Benedetto a Parma significa altresì recuperare i prestiti linguistici, formali e tecnici riconducibili a una fase cronologica particolarmente circoscritta dell’attività del maestro, aprendo nuove prospettive di riflessione non soltanto sulla tecnica esecutiva, ma anche sull’intera produzione antelamica fra XII e XIII secolo. In altri termini, la comprensione di questo complesso sistema di rapporti consente di mettere a fuoco il percorso evolutivo della bottega antelamica fra la laguna veneta e le terre della Francia, dove è possibile riconoscere un ulteriore interessante episodio di applicazione della tecnica a incrostazione di mastici. Resta inoltre da valutare la modalità di interscambio fra i pochissimi episodi antelamici a incrostazione dell’Emilia e i casi di applicazione della medesima tecnica in alcune città della Toscana settentrionale, dove operarono anche maestri provenienti dalle valli alpine al confine con la Svizzera.
Un secondo, distinto ambito di indagine riguarda il supporto litico impiegato nelle due lastre. L’individuazione dell’area di provenienza del marmo apre scenari interpretativi di particolare interesse. Da un lato, essa potrebbe documentare l’esistenza di una filiera di estrazione e lavorazione appositamente attivata per la realizzazione della commissione, attestando la capacità della bottega di accedere direttamente a cave selezionate in funzione delle caratteristiche tecniche ed estetiche richieste dall’opera. Dall’altro, potrebbe emergere un quadro differente, nel quale la lastra risulti ricavata dal reimpiego di materiali antichi, secondo una pratica ampiamente attestata nel Medioevo e particolarmente significativa sotto il profilo economico, simbolico e culturale. In quest’ultima prospettiva, il riconoscimento di un marmo proveniente da manufatti di età romana contribuirebbe a chiarire il rapporto della bottega antelamica con il patrimonio antico e con le dinamiche di recupero e rifunzionalizzazione dei materiali antichi.
L’esecuzione di esami sulle componenti materiche rappresenta pertanto un passaggio metodologicamente necessario, poiché i risultati attesi non si limitano alla definizione delle caratteristiche fisiche dei manufatti, ma possono contribuire in maniera determinante alla ricostruzione del contesto produttivo, delle scelte tecniche e delle relazioni economiche e culturali che caratterizzarono l’attività della bottega di Antelami nel momento della realizzazione della Majestas Domini.
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Storia dell'arte
History of art and architecture |
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Arti e Geografie |
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